Su TechCrunch ho trovato una notizia che ha del ridicolo: come sempre più spesso succede una casa discografica (in questo caso la Scorpio Music) ha mandato una lettera di violazione di copyright a Yahoo, relativa ad il seguente video creato da un utente e uploadato sul servizio Yahoo Video:
La notifica di violazione riguarda la canzone “YMCA” dei Village People. La cosa ridicola è che la canzone non c’è nel video, ma intorno al minuto 1:30 il personaggio ne canta un paio di versi.
Yahoo, probabilmente senza neanche controllare il contenuto effettivo del video, non ha esitato a rimuovere il video e a inviare a sua volta una email al povero utente, minacciandolo di escluderlo non solo dal servizio video, ma da tutti i servizi offerti da yahoo (come flickr, mail, e molti altri): un danno non da poco per chi li utilizza quotidianamente.
Casi come questi evidenziano come sempre di più si sta snaturando il senso e lo scopo delle leggi sul diritto d’autore: ormai non sono più un modo per incentivare la produzione di opere creative e di cultura, ma sono mezzi di oppressione dei poveri utenti, tenuti in pugno da poche major. C’è qualcosa che non va.
Vi segnalo un interessantissimo articolo di Punto Informatico che dimostra come l’interpretazione di una singola parola di una legge può essere addirittura decisiva per le sorti di un processo.
La vicenda di Denise Barker, una donna newyorkese, verte infatti attorno all’interpretazione della parola “distribuzione”: condividere file equivale a distribuire quei contenuti?
L’accusa nei confronti di Denise infatti è quella di aver distribuito su Internet “ben” 611 file, che erano stati posti in una cartella condivisa del software kazaa. Per l’accusa questo fatto basta a dimostrarne la distribuzione, ma numerose corti statunitensi hanno stabilito che equiparare la messa a disposizione con la distribuzione possa snaturare la legge sul copyright.
Per vedere come sta andando avanti la vicenda vi invito a leggere l’articolo su Punto Informatico.
Sony BMG è stata scoperta con le mani nel sacco: risulta infatti da un inchiesta della BSA (la Businness Software Alliance) che fino al 47% del software presente negli uffici della grande major potrebbe essere piratato.
Si tratta di un bel colpo per chi in questi ultimi anni ha fatto della lotta alla pirateria uno dei suoi obiettivi principali. Si tratta del secondo caso di questo tipo: tempo fa anche la MPAA (l’equivalente della SIAE americana) era stata scoperta ad utilizzare software e a distribuire copie di un film senza averne l’autorizzazione.
Grazie ad un seminario sul software libero che ho seguito all’università, sono venuto a conoscenza di un’importante iniziativa dell’Associazione per il software libero.
Si tratta di una petizione (che trovate a questo indirizzo), aperta a tutti gli elettori, per chiedere ai partiti una presa di posizione nei confronti dei programmi utilizzati dalla pubblica amministrazione.
Sostanzialmente si chiede ai candidati di sottoscrivere un documento, con il quale si impegnano a votare leggi che:
adottare formati aperti (documentati esaustivamente ed esenti da qualsiasi diritto di terzi) per tutti i dati e documenti della Pubblica Amministrazione;
licenziare il software prodotto da o per la Pubblica Amministrazione secondo i termini d’una licenza di software libero persistente;
destinare preferenzialmente le risorse pubbliche (per ricerca od altro) nel settore dell’ICT alla realizzazione di progetti in software libero;
coordinare le scelte di spesa dei diversi enti col fine di realizzare congiuntamente spese abilitanti all’utilizzo più ampio del software libero;
utilizzare software libero nel sistema educativo;
ribadiscono l’illegittimità dei brevetti di software;
rendono illegittime le tecniche di “Trusted Computing” che limitano la libertà dei cittadini.
Per adesso hanno aderito all’iniziativa candidati appartententi a La Sinistra l’Arcobaleno, Partito Democratico e Partito Socialista.
Cliccate qui per poter firmare la petizione anche voi.
Per il secondo anno di fila l’assemblea degli azionisti di Google (che si terrà il prossimo 8 Maggio) dovrà votare su argomenti etici scottanti.Una delle più importanti critiche che gli oppositori del potente motore di ricerca portano avanti è proprio quella sulla libertà di parola e sui diritti civili: è infatti noto come ad esempio in Cina i risultati delle ricerche di Google siano filtrati e censurati.
La proposta, bocciata dagli azionisti lo scorso anno, è di nuovo all’ordine del giorno: impedire che Google censuri attivamente i risultati delle ricerche. In secondo luogo si propone anche la formazione un comitato per il rispetto dei diritti umani con il compito di controllare e fornire consigli sui problemi relativi ai diritti civili sollevati dalle politiche della compagnia.
I vertici della compagnia raccomandano agli azionisti di bocciare entrambe le proposte: che Google stia venendo meno al suo motto “Don’t be evil“? Vedremo insieme i risultati di questa votazione, anche se penso si riproporranno i risultati dello scorso anno.
Ho già parlato della GPL nel post precedente, ma penso che sia doveroso approfondirne la conoscenza.
GPL è un acronimo che sta per GNU General Public Licence: si tratta di una licenza ideata e sostenuta dalla Free Software Foundation, utilizzata per distribuire i più diffusi software open source (tra cui anche il sistema operativo Linux).
E’ ormai giunta alla sua terza versione (rilasciata il 29 giugno 2007), ma il principio ispiratore è sempre lo stesso: alla base di questa licenza vi è la volontà di garantire agli utenti di programmi informatici alcune libertà considerate fondamentali.
La GPL (la licenza free software che sta dietro a tutte le distribuzioni GNU/Linux) ha recentemente vinto una causa in tribunale.La Gnu General Public Licence non ha mai affrontato prima una battaglia legale, non è quindi mai stata sperimentata sul campo.
Questa vittoria contro Verizon (accusata di aver infranto delle clausole della licenza) le fornirà la spinta necessaria per affrontare le sfide future.
Non bastava la Cina, anche il Giappone adesso vuole filtrare i contenuti del web.
Così almeno sembra da una serie di proposte di legge che costringerebbero gli ISP nazionali ad impedire l’accesso ad alcuni contenuti.
Ovviamente gli esponenti del governo specificano che la riforma non ha nulla a che fare con la censura: cosa che conferma l’ipotesi che il provvedimento è un atto di censura.
La scusa ufficiale è quella di “proteggere” i cittadini da contenuti potenzialmente pericolosi: grazie, ma sappiamo difenderci da soli.
In una recente intervista con la BBC, Sir Tim Berners-Lee (il creatore del www) si è scagliato contro quei provider o servizi online che tracciano (per un qualsiasi motivo) le attività degli utenti su Internet.
E’ una forte presa di posizione a favore della privacy, che per nessun motivo (neanche per questioni di sicurezza) può essere violata.
Così Berners-Lee parla dei dati personali:
“Sono miei - non puoi averli. Se vuoi usarli per qualcosa, allora devi negoziare con me. Devi avere la mia autorizzazione, devo capire cosa ne avrò in cambio.”
Non si può non essere d’accordo con Tim: dobbiamo stare attenti e leggere attentamente le condizioni contrattuali dei servizi che sottoscriviamo (qualcuno sta pensando a Gmail?)